Marco di Ruzza, Ambasciatore d’Italia in Bosnia Erzegovina - 2023
La suggestiva mostra di Leonardo Lebeničnik “Forme scultoree”, ospitata a Tuzla presso l’atelier “Ismet Mujezinović” dal 3 giugno al 3 luglio 2023, rappresenta una testimonianza di altissimo livello dei profondi legami storici, culturali e umani che uniscono l’Italia e la Bosnia Erzegovina.
L’artista stesso, doppio cittadino, con la sua storia personale e professionale è un eccellente “pontiere” tra i due Paesi. Originario di una città dove tradizionalmente è molto sentito il rapporto con l’Italia (e particolarmente con il Trentino, terra d’origine della locale comunità di origini italiane), il Maestro ha infatti costruito il suo peculiare e affascinante percorso artistico a partire dagli anni ’90 proprio a partire dal contatto con uno dei grandi nomi dell’arte contemporanea trentina, Giuliano Orsingher. È nello stesso sviluppo della sua ricerca artistica, dunque, che Lebeničnik ha rinnovato una storia ormai secolare di relazioni simbiotiche tra questi due meravigliosi territori, la Provincia autonoma di Trento e il Cantone di Tuzla.
Il progetto “Forme scultoree” – dedicato al rapporto tra Uomo e Natura e ai materiali primari che hanno segnato lo sviluppo dell’Umanità quali il legno, la pietra e il ferro - arriva negli spazi della città bosniaco-erzegovese dopo l’esposizione presso il Palazzo della Regione a Trento nel febbraio 2022, dove ha suscitato larghi apprezzamenti. La mostra costituisce l’evento inaugurale delle celebrazioni del Trentesimo Anniversario dell’Associazione dei cittadini di origine italiana “Rino Zandonai”, una ricorrenza importante alla quale l’Ambasciata d’Italia a Sarajevo non ha voluto far mancare il suo entusiastico sostegno.
A pochi mesi dal riconoscimento alla Bosnia Erzegovina dello status di Paese candidato all’adesione all’Unione Europea, la mostra offre la più propizia delle occasioni per festeggiare la profonda interconnessione culturale che sussiste tra l’Italia - da sempre in prima fila nell’accompagnare la Bosnia Erzegovina nel suo naturale cammino verso la casa comune europea – e la città di Tuzla, dove batte un cuore italiano. Quella stessa Tuzla cui Alexander Langer si sentiva legatissimo e che l’ha doverosamente ricambiato concedendogli la cittadinanza onoraria postuma.
Marco Di Ruzza
Ambasciatore d’Italia in Bosnia Erzegovina
maggio 2023
Evokativna izložba Leonarda Lebeničnika "Forme scultoree", koja je gostovala u Tuzli u Ateljeu "Ismet Mujezinović" od 3. juna do 3. jula 2023. godine, predstavlja vrlo visoko svjedočanstvo o dubokim istorijskim, kulturnim i ljudskim vezama koje spajaju Italiju i Bosnu i Hercegovinu.
Sam umjetnik, dvojni državljanin, sa svojom ličnom i profesionalnom istorijom odličan je "most" između dvije zemlje. Porijeklom iz grada u kojem se tradicionalno duboko osjeća odnos s Italijom (a posebno s Trentinom, domovinom lokalne zajednice italijanskog porijekla), Maestro je zapravo svoju osebujnu i fascinantnu umjetničku karijeru gradio počevši od 1990. godine upravo počevši od kontakt s jednim od velikih imena savremene umjetnosti Trentina, Giulianom Orsingherom. Stoga je u istom razvoju svog umjetničkog istraživanja Lebeničnik obnovio sada već stoljetnu istoriju simbiotske veze između ova dva divna područja, Autonomne pokrajine Trento i Tuzlanskog kantona.
Projekat " Forme scultoree" - posvećen odnosu čovjeka i prirode i primarnim materijalima koji su obilježili razvoj čovječanstva kao što su drvo, kamen i željezo - stiže u prostore bosanskohercegovačkog grada nakon izložbe u Palazzo della Regione u Trentu u februaru 2022. godine, gdje je izazvao široku pažnju. Izložba predstavlja inauguracijski događaj obilježavanja 30. godišnjice Udruženja građana italijanskog porijekla „Rino Zandonai“, važne godišnjice kojoj Ambasada Italije u Sarajevu nije željela izostati od entuzijastične podrške.
Nekoliko mjeseci nakon priznavanja statusa Bosne i Hercegovine kao zemlje kandidata za članstvo u Evropskoj uniji, izložba nudi najpovoljnije prilike da se proslavi duboka kulturna povezanost koja postoji između Italije - uvijek u prvom redu u pratnji Bosne i Hercegovine. na svom prirodnom putu prema zajedničkom evropskom domu – i gradu Tuzli, gdje kuca italijansko srce. Ona ista Tuzla kojoj je Alexander Langer bio vrlo blizak i koji mu je savjesno uzvratio dodijelivši mu posthumno počasno državljanstvo.
Marco Di Ruzza
Ambasador Italije u Bosni i Hercegovini
maj 2023
Critica In Forma di Lettera - W. Perinelli - 2011
Tenna. Caro Leonardo, una rosa è caduta sulle pietre e, contrariamente a quanto accade al buon seminatore, darà frutti.
Sembra una goccia di sangue fatta a bocciolo sul fondo asciutto di un torrente. Quella rosa oggi è già appassita ma l’ attimo intenso della sua vita, immortalato nella tua opera le sopravvive.
E’ il destino dell’arte: fermare il pensiero sulla realtà immaginata o travisata. In particolare dell’arte concettuale che affida al pensiero l‘ interpretazione della intuizione dei sensi. Allora tutto accade come nei tuoi orologi dove il tempo scorre al presente su legni e pietre obbligati a testimoniare fra le lancette l’ immutabilità delle cose.
Accade alla pietra raccolta in natura. Un oggetto senza tempo, lanciato nello spazio e caduto liberamente dove la gravità l’ha portato. Rotolato fra altre pietre fino a comporre un mosaico che solo il pensiero dell’ uomo può modificare formando un grande Mandala e come esso destinato a dissolversi in polvere.
Accade al legno indistruttibile come il filo d’erba. Ogni inverno muore e la primavera ritorna, forte e prepotente. A dispetto dell’ uomo.
Ma è l’ uomo che modifica il legno. Lo lavora, forma, leviga, impregna di conservanti e infine abbandona sulle rive di mari, laghi, fiumi. In mezzo ad altri alberi.
E’ ancora l’ uomo, Leonardo Lebenicnik, a ridargli la vita offrendogli l’ occasione per manifestare un concetto.
All’ uomo appartiene interamente il ferro. Non esiste allo stato naturale.
E’ solo minerale trasformato, grazie all’ intuizione elaborata in concetto, in materia utile, forte, duttile, tenera, resistente, dura, fragile.
E’ unendo i tre elementi che hai formato il tuo concetto di arte.
L’ intuizione diventa concetto e poi oggetto grazie al tatto, alla visione contemporanea del particolare e dell’ insieme che non appartiene a tutti.
La ricerca si completa con l’armonia e, nel tuo specifico caso, con la contemplazione un po’ distaccata, della casualità del mosaico umano, come le pietre lanciate dalla Gravità fra altre pietre.
Ma tu le vuoi ordinare. Saldi perciò la pietra al ferro e al legno ed essa diventa rappresentazione di un volto senza espressione, di un corpo senza arti.
E’ un concetto normale, banale, che diventa Arte solo quando la sua forma esprime contemporaneamente la percezione di tutti, quella particolare e l’ assoluta.
Con i più sinceri auguri
Waimer Perinelli
Presidente del Centro d’Arte La Fonte
Caldonazzo 01 settembre 2011
Armonia ed equilibrio nelle originali composizioni - M. Martinelli - 2011
Una parte profonda della ricerca artistica di Leonardo Lebenicnik, è nei tanti “perché?” a lui rivolti da una bambina di sette anni, sua figlia e preziosa assistente, nei momenti di creazione. Pretese insistenti, richieste puntuali, interlocutorie di chi non si accontenta di risposte facili, di soluzioni ovvie. E sono spiegazioni che non sempre arrivano immediate perché la ricerca e ancora in corso e quanto fatto e detto, non basta. C’e un po’ questa sospensione nell’atmosfera che circonda le opere esposte di Leo: si riconoscono le tante spinte, le successive tappe in questo percorso meditato, riflessivo, intimo, dove ogni l’azione importante non è rivolta allo scolpire quanto all’assemblare materiali diversi fra loro ma che tornano, costanti, nei lavori.
Pezzi di legno dove la sua mano aggredisce poco la materia prima, se non nel girare, rigirare, svoltolare per trovare finalmente, un assestamento della figura accanto ad altri elementi naturali, come pietre, ciottoli, sassi, raramente modellati, oppure a lamine di ferro sottili o più ingombranti, curvate o diritte, importate da altri contesti o
funzioni.
Forme assemblate quindi, raramente scolpite, alla ricerca di un equilibrio trovato negli accostamenti tra i materiali, nel loro contatto reciproco, nello spazio contenuto del telaio di una vecchia finestra che presta i suoi contorni come confini del nuovo lavoro.
Oggetti trovati o già modellati dalla Natura, maestra prima, che l’artista di origini balcaniche convoglia nell’opera, cautamente avvicinati, tra loro in convivenze alle volte contenute, alle volte più libere, in giochi di espansione o compressioni fin quasi claustrofobica.
C’e un pensiero rinchiuso del 2003 in esposizione: due assi in legno, forse una porta, sicuramente private della funzione originaria di soglia, per allinearsi separate su un fondo nero a evocare un altro tipo di spazio oltre, non solo fisico.
C’e ancora traccia di una serratura, ora diventata solo un piccolo rettangolo di ferro ma arricchita di una nuova dimensione estetica: storie remote di vecchie case, di posti lontani, magari solo accennati o solo evocati soprattutto trasfigurati.
Altre composizioni ammiccano a forme antropomorfe, vagamente e silenziosamente alluse: profili umani, corpi, volti, forse ricercati dal nostro bisogno di distinguere, di riconoscere quanto vediamo, ma forse sono semplicemente belle, esteticamente ricche, nel armonia e nell’equilibrio che esprimono.
Maria Martinelli
agosto 2011
La Fonte - Luciano Coretti - 2011
"Di parole che tutti dicono sono fatte le frasi che non si udirono mai". Non ricordo chi sia l'autore di questa frase così acuta, ma trovo che ben s'adatti per un discorso su Leonardo Lebenicnik e la sua opera.
A me, ma penso a tutti coloro che conoscono le sue opere, appare evidente che questa definizione così centrata del - nel caso specifico – scrittore o poeta, possa e debba essere applicata pari pari alle sculture, se un nome va dato alle sue opere, di Leonardo.
Egli non usa la materia come supporto per realizzare la sua intuizione, la sua idea, la sua opera d'arte; non si tratta di semplice sostanza bruta, informe, da usare, plasmare, modellare, piegare a quanto egli, l'artista, intende con essa esprimere.
Non impone, insomma, alla materia - cosa passiva - il proprio personale, interiore monologo ma ha con essa un vero, sincero, profondo, essenziale dialogo.
La guarda, la palpa, la ascolta, si sforza di capirla, di viverla e dopo, ma solo dopo, ci aggiunge il suo, quanto di essa sente e in se stesso sente, e la trasforma. Aggiunge, toglie, assembla, prova... dettagli, magari, o poco più, senza mai snaturarla ma semmai aggiungendo, con determinazione, certo, ma altrettanto rispetto, quel tocco di creatività che le cose non hanno ed egli, come artista, possiede. E l'opera germoglia - idee e cose - non su di loro, ma assieme a loro.
Come le "parole" per il poeta così per Leonardo si tratta di "cose" che tutti vedono, dicono, toccano, ma per tutti - quasi tutti - sono solo, per l'appunto, semplici cose, spesso inutili scarti di cose e nulla più. E lo sono veramente, s'intende. Leonardo non scopre tesori e nemmeno pregi nascosti, Leonardo li crea.
Legni, sassi, ferri, parole - cose da nulla eppure egli riesce, senza violentarli, senza snaturarli, a costruire qualcosa di una qualità diversa senza turbare o nascondere la loro sostanza.
Anzi, valorizzandola, e senza travestimenti e questo è il punto essenziale. Per questo ho parlato di "dialogo" e non di "monologo". Gli elementi materiali che tratta rimangono tutti perfettamente individualizzati, perfettamente riconosciuti e riconoscibili pur essendo perfettamente riconosciuta e riconoscibile la parte sua, la parte, altrettanto vera ed essenziale, dell'artista.
A questo punto poco importa se si tratta di strutture complesse, simbolicamente decifrabili e suscettibili di introspezioni più o meno filosofiche, di estemporanee intuizioni sostanzialmente emotive o di rarefatti e gradevoli oggetti estetici. Poco importa anche ricercare quanto di quel dialogo sia riferibile alle cose, quanto a Leonardo.
Le cose sono mute e Leonardo è assai schivo... ed è bene sia così, perché l'opera, ogni opera, una volta finita vive - e deve vivere - di una vita sua personale, autonoma, che non schiaccia e distrugge nulla di quanto l'ha creata ma lo trascende.
Un po' troppo ingarbugliate, probabilmente, queste parole, ma scopo di ogni opera d'arte è anche far pensare e se io penso ingarbugliato, scusatemi.
Quel che è certo è che non solo i lavori di Leonardo si fanno guardare, ammirare, ma fanno anche pensare. E non è poco.
Luciano Coretti
Caldonazzo, 23 agosto 2011
La prima notte dell’umanità - Pino Loperfido - 2011
C’è stato un tempo, qualche centinaio di migliaia di anni fa, in cui i nostri progenitori, vestiti di pelli di animali si aggiravano smarriti da qualche parte sulla faccia della Terra. Piazzàti lì dal caso o da qualcuno, non si sa, cominciavano a subire l’interrogatorio della coscienza. Adesso erano più simili a uomini che ad animali e porsi domande del tipo “Chi sono?” e “Che ci faccio qui?” pareva la cosa più logica da fare. Lo smarrimento di quelle pelose creature era lo stigma della loro stessa umanità. Le loro domande erano la paura, il senso del limite, la percezione di qualcosa di immenso sopra e sotto le loro teste, il sentirsi parte di un tutto. L’uomo era veramente uomo, per la prima e ultima volta. Perché sin dal giorno che seguì, i nostri scimmieschi antenati si ingegnarono a trovare delle spiegazioni, a risolvere – cioè – l’enigma di quella vita che loro non avevano chiesto e non potevano capire. Superstizioni, religioni, riti scaramantici, abitudini, regole, consuetudini, convenzioni sociali: tutto è partito da quella mattina.
Ma prima, ahinoi, c’era stata la notte. La prima notte dell’umanità.
Guardando le creazioni di Leonardo Lebenicnik – questi assemblaggi di materia viva e nostra –, guardandole attentamente, con quell’attenzione che ancora siamo riusciti a non farci scippare dal mondo, toccandole con mani curiose e affamate, ecco emergere in noi il sentimento che probabilmente provarono i nostri progenitori il giorno in cui videro il sole sparire per la prima volta. (Mettiamoci nei loro panni. Mica lo potevano sapere che sarebbe tornato il mattino dopo. Poteva dunque trattarsi della fine. Così come era cominciato, il mondo si preparava a chiudere il proprio sipario, magari con una esplosione o un terremoto devastante.)
Eccola, allora, la paura. Ce la raccontano il legno e la pietra che Leonardo rimette lì, al loro posto, secondo l’ordine assegnato dall’universo, facendo della materia il ricevitore di un’energia che proviene da un’altra dimensione. Costantemente e ostinatamente alla ricerca di un perché. Proprio come in quella tremenda e interminabile prima notte dell’umanità.
Pino Loperfido
agosto 2011
L. Camin - 2011
Vedo nelle composizioni fatte di materiali semplici e naturali, quali: il legno, i sassi ed i metalli riutilizzati, un forte attaccamento all’ambiente, alla natura e alla primitività dell’uomo. Sono infatti questi gli elementi di cui l’uomo si è sempre servito per la sua vita quotidiana, che però nelle mani di Leonardo Lebenicnik assumono un aspetto diverso dall’uso quotidiano, per arrivare ad essere una vera opera d’arte.
Le sue opere procurano una sensazione di movimento e di natura non statica. Esse sono fatte per vivere nell’ambiente, hanno bisogno di spazi aperti, perché sono pensate in armonia con la natura.
Credo che la natura e l’ambiente del Comune di Tenna, dove l’artista vive, siano stati, perlomeno in parte, muse ispiratrici delle sue opere.
Loredana Camin
L’Assessore alla cultura
maggio 2011
Di pietra, di legno e di ferro - Renzo Francescotti - 2010
Nelle vene di Leonardo (un nome che è il massimo per un artista) scorre il sangue dei suoi avi che scavano le pietre; lui vive quotidianamente il suo lavoro a contatto con rocce, pietre, legno e ferro. Le pietre sono quelle delle pareti rocciose che deve disgaggiare: sono dure, mobili, belle, pericolose. Il legno è quello delle piante che crescono anche sulle rocce più incombenti, spingono tra le crepe, liberano la vita dal mondo minerale.
Il ferro è quello degli attrezzi di lavoro, dei chiodi con cui Leonardo si assicura. C’è un osmosi tra questi materiali e il corpo, l’anima del disgaggiatore. Non c’è quindi da sorprendersi che Leonardo si serva di questi materiali elementari per le sue creazioni artistiche. E anche la sua è arte è “elementare ”, minimalista: vive sotto il segno della semplicità, dell’economia, del rigore, del pudore, del rifiuto di ogni orpello esibizionistico.
Facciamo qualche esempio. “Pensiero rinchiuso” è una scultura del 2003, in legno e ferro. Allude a una porta, o meglio, date le sue misure (84x45), a un’imposta di baita alpina bordata in ferro, bloccata da una chiusura lucchetto. Al centro, in verticale, quattro piccoli ciottoli lisciati da un torrente, che crescono in dimensione dal basso in alto. Ognuno di questi ciottoli racchiude una storia, un’identità, un’anima minerale racchiusa in legni antichi, anche loro con una memoria segnata da vene rinsecchite, nodi, crepe come cicatrici. “Anima di pietra” (2005) è un piccolo tronco cavo, con un ciottolo bianco a un mozzicone di ramo (mi fa pensare agli isolanti di maiolica sui pali della luce che da piccoli centravamo a sassate) e altri due ciottoli candidi nel cavo del tronco. Cosa rappresentano quei ciottoli? “Anime di pietra” per l’artista, sta a noi identificarlo, se la nostra immaginazione fanciullesca non si è pietrificata.
Infine, “Quinto elemento” (2010), un’istallazione di cinque elementi scala, in ferro piegato, che culminano con ciottoli. Viene da pensare al concetto di fratelli scalati in età, all’immagine di piante, funghi, fiori. Leonardo abita nel cuore antico di Tenna, in un rustica casa di pietre e legno da lui amorosamente restaurata: nel retro un ballatoio che si apre a una splendida vista sul lago di Caldonazzo.
Lì a Tenna, in un giardinetto addossato alla chiesa c’è la sua opera forse più suggestiva: il “Porfido piangente” che ha i rami realizzati con tondini di ferro piegato, il cuore e le “lacrime” di cubetti di porfido. Un’ultima curiosità: Leonardo firma le sue opere con un dito: niente firme svolazzanti, bensì una scarna e inquietante impronta digitale.
Renzo Francescotti
settembre 2010
Armonia per raccontare storie - E. Bertotti - 2010
Le opere di Leonardo Lebenicnik sono come lui, sono lui, direi sono come il suo cognome a prima vista spigolose e poi quando le guardi meglio, ti fermi a pensare, ti colpiscono per la loro semplice profondità. Ti senti vicino alle cose che dovrebbero essere naturali, ma che nel mondo in qui viviamo, hanno perso di significato. Ti fanno avvicinare alle cose essenziali della vita, quelle che contano. Tralasciando tutto il superfluo di cui noi tutti ogni giorno ci circondiamo.
Legno, pietre, ferro.
Legno precedentemente lavorato dall’uomo o cosi, come si trova facendo una passeggiata in un bosco.
Pietre che ogni bambino in un periodo della vita ha raccolto per farne una collezione.
Sassi che ricordano lavoro, fatica, difficoltà di vivere.
Ferro, spina dorsale, sostegno in queste difficoltà.
Irregolare naturalità. Armonia per raccontare storie. In queste opere si nascondono storie, racconti d’altri tempi, domande sul nostro futuro, sul futuro del mondo. Recupero del passato per un futuro di speranza? Forse si guardando l’opera “ I girasoli “, simbolo di allegria e, appunto speranza.
I titoli delle opere di Leo: l’onda, le canne, tre cime, montagna, difficoltà, la passione, evoluzione… vogliono ricondurre l’uomo alla sua essenza, riportarlo alla natura, dove tutto è cominciato, da dove l’uomo si è allontanato e dove dovrebbe tornare per ritrovare equilibrio e forse salvezza.
Speranza, dicevo prima, io direi di si. Nei racconti che accompagnano le opere io la vedo questa speranza e Leo la vuole dare, soprattutto ai suoi figli. Vuole condurli per mano verso un mondo migliore.
Le sue opere sono come lui. Questo omone grande, spigoloso inizialmente, irraggiungibile, silenzioso. Non si sa bene all’inizio come avvicinarsi, come scalfire quella scorza che ha, che si è creato, che forse è solo un modo per staccarsi, isolarsi da questo mondo che non gli piace molto. Ci si mette un po’ ad entrare in contatto, ma se ci si riesce poi si capisce che ha molte cose da dire, con poche parole senz’altro, ma sicuramente con la sua arte.
Le sue opere sono come il suo cognome. Ci ho messo un po’ a ricordarmelo.
Inavvicinabile anche quello a prima vista, ma poi diventa musicale.
Non sono una critica d’arte, ho visto queste cose nelle opere di Leo, forse voi vedrete tutt’altro, ma le opere d’arte sono belle anche per questo perché ognuno ci mette qualcosa di sé. Importante è fermarsi a pensare, a riflettere.
Elisabetta Bertotti
maggio 2010
Oltre la natura, dentro il mondo - A. Genovese - 2009
La pietra e il legno: è dentro questi elementi naturali che si può trovare l'anima delle sculture di Leonardo Lebenicnik. Un'arte, quella dello scultore bosniaco, trentino "d'adozione", caratterizzata fin dal suo esordio, nei primi anni Novanta, da un approccio "naturalistico", nel quale legno, pietra, ferro e altri materiali "di recupero" si fondono fino a dar vita a "forme scultoree" di rara suggestione e forza evocativa.
Pur sempre fedele a tale approccio, nel corso degli anni Lebenicnik ha però allargato i propri orizzonti, imprimendo alle sue creazioni una potenza poetica che va ben oltre la semplice rielaborazione di forme naturali. Ciò è evidente in particolare nell'installazione "Ultimo alpeggio": un'efficace e spiazzante rappresentazione in forma simbolica - arricchita da un testo esplicativo dell'autore - di quelle dinamiche del conflitto che, nel nome di "valori" più o meno antichi, hanno contribuito a spargere sangue e morte in Europa e nel mondo.
Un esito anche politico, dunque, quello a cui approda Lebenicnik, che, pur senza esibirle, non ha ripudiato le proprie origini: l'ex Jugoslavia, martoriata da una guerra combattuta a pochi passi da noi e dimenticata troppo in fretta, ma i cui echi continuano a farsi sentire ancora oggi.
Alessandro Genovese
agosto 2009
Essenzialità e sobrietà nell'arte - Aldo Vicentini - 2007
Sculture formate da composizioni di due principali materiali del pianeta terra : la terra, roccia, pietre ed il vegetale, materiale vivente il legno.
I lavori di Leonardo sono rivolti soprattutto all’essenziale. Essenziale uguale eleganza, purezza, bellezza.
L’artista accosta i due elementi pietra e legno in un contesto introspettivo molto forte e profondo.
Nella sua arte egli vuole dimostrare che la creatività non richiede grandi mezzi, strumenti, ma al contrario ricava dalla natura ciò che la natura trasmette; ma nel nostro divenire caotico e frenetico non c’è tempo per ammirare , valutare, assaporare ciò che il creato ci dà continuamente.
Leonardo sceglie, raccoglie materiali che la natura ci offre, pietre, rocce levigate dall’acqua, dal vento, alberi divelti da temporali, da torrenti in piena, legno lavorato dall’uomo e da questi abbandonato.
Egli minuziosamente li classifica e li colloca in sculture semplici ma espressive.
Ogni artista trasmette le sue emozioni, gli stati d’animo nelle opere che compone.
Leonardo vuole trasmetterci un messaggio di semplicità, d’amore per la natura.
Scultura carica di vissuto e di memoria, scultura intensa sospesa tra il fascino della natura e la pena esistenziale.
Aldo Vicentini
agosto 2007
Artigiano che ama il suo lavoro - Luciano Coretti - 2007
Se e quanto Leonardo Lebeničnik sia grande artista non so ma non è questo che ritengo sia il caso di esplorare: ognuno può vedere con i propri occhi quel che fa e non penso ci sia bisogno di insegnare cosa e come guardare.
Forse però è il caso di fare un passo più in là, passare dal "guardare" al "vedere".
Io vorrei parlare di Leonardo come di uno che oltre a guardare anche vede, che oltre a registrare ciò che lo - ciò che ci - circonda, riesce anche a dare spessore, essenza, anima a quanto ha colto.
Non è un ambizioso Leonardo e spero non se n'abbia a male se lo chiamo, in questo senso, un artigiano. Egli non "usa" la materia per esprimere ciò che sente e nemmeno "estrae" dalla materia stessa la figura che dentro vi coglie. Quasi timidamente, con marginali apporti personali, con piccoli interventi umani cerca di rendere il nocciolo, il nucleo essenziale, quasi il simbolo di quanto già è ed è, in sé, bello.
Il ragazzo che ha lasciato casa, famiglia, affetti, un passato e un futuro se non tracciati - un ragazzo appena, in fondo, egli era - quella sua Tuzla che ancora oggi si ricorda per la barbarie umana che lì si è scatenata, è arrivato in Trentino con un bagaglio addosso certo non da poco ma, invece di crollarci sotto, lo ha utilizzato come una pedana. Ha smesso l'università - non so che facoltà frequentasse, ma poco importa - ma ha trovato un lavoro che s'avvicina a quello del medico. Cura le lesioni che l'uomo ha inferto, magari a fin di bene, alla natura. Ripulisce le cicatrici delle ferite, ristabilisce, quanto e come può, l'ordine turbato, l'armonia infranta. Tecchiaiolo nelle cave di marmo, disgaggiatore nel linguaggio corrente. Alpinista funambolo sulla roccia, la cura, ripulisce, "libera", rende sicura; ne elimina le tecchie, macchie e difetti.
Questo il lavoro di Leonardo, questo il suo approccio, da maestro, all'arte. E non a caso uso, per lui, il termine "maestro" che troppo spesso in modo affatto abusivo utilizzano abitualmente gli artisti.
Come ho già detto, Leonardo non apre i suoi sogni, la sua fantasia, il suo estro artistico al mondo animale: ne ha avuto abbastanza. Vive, sente e interpreta il regno vegetale e minerale, le cose che costituiscono la radice più profonda, asettica, pura - perché irresponsabile - della vita. La sente profondamente, questa natura immobile e pulita e quasi timoroso la fa sua, la interpreta prima di tutto dentro di sé e la tocca poi e ritocca piano piano, a piccoli gesti, a minime interferenze quasi affettuose. Evita di modellarla, evita di estrarre da essa la propria personale visione interiore. E' bella, la sente bella in sé, è in sé arte e Leonardo si sforza di entrare in empatia con essa, di sentirne le vibrazioni intime che emana e di riassumere, di concentrare in scarsi, essenziali tratti quell'intrinseca bellezza, la profonda, sostanziale armonia."
E' per questo che - in modo niente affatto riduttivo - lo ho chiamato "artigiano", termine che, oltre a contenere in sé l'arte, ha una coloritura più umile, sì, ma anche più viva, più - credo di poterlo ben affermare - più umana.
E come gli antichi artigiani è anche maestro. Nelle sue opere vi è l'amore per il suo lavoro e sono certo che nel suo lavoro vi è lo stesso attento, delicato, paziente, rispettoso affetto che pone nel realizzare le proprie opere.
Sono piante e pietre, sono legni, e sassi come i milioni e i miliardi di altri legni e sassi, anche spesso più spettacolari, graziosi, accattivanti... legni e sassi che guardiamo ogni giorno, che assumono, nel nostro Trentino, consistenza e gloria spettacolari tanto da rendere famosa nel mondo intero la nostra regione. E che noi, dalle nostre finestre e ad ogni curva della strada "guardiamo".
Bene, con la sua sensibilità d'artista Leonardo tenta di farceli "vedere".
Manca spesso, purtroppo, nelle sale in cui espone, un elemento essenziale: il contesto, lo sfondo. Le opere di Leonardo non sono pensate e sentite per "vivere" al chiuso, non "respirano" fra le quattro mura del privato individuale. Né altrimenti potrebbe essere. E' assurdo pensare a un medico che cura qualsiasi parte del corpo dimenticando l'intero individuo su cui interviene.
Tuttavia, nonostante tale - pur necessaria - limitazione, potrà ben essere la nostra fantasia a ricostruire lo scenario idoneo, il palcoscenico naturale in cui idealmente inserirle. Non occorre a nessuno grande sforzo e comunque si tratta di intervento consueto a chi si pone davanti ad una qualsiasi opera d'artista. Solo che in questo caso non va filtrata attraverso l'estro individuale l'opera sola ma anche il contesto da noi stessi ricreato in cui si situa. Non credo sia gran fatica, ma ne vale la pena. E, se entriamo nell'ottica del guardare - vedere diventa un esercizio quasi spontaneo.
Non so se l'uso che faccio dei due vocaboli, solitamente usati come sinonimi, sia chiaro. Forse non riesco ad utilizzare, come mi ero ripromesso, parole sufficientemente semplici e piane.
Intendo porre la differenza fra ciò che entra dentro di noi tramite gli occhi e ciò che diventa dopo che l'abbiamo distillato attraverso la nostra sensibilità, il nostro affetto, i nostri sentimenti. Insomma, la differenza che corre, per un miope, fra la visione con gli occhiali e senza occhiali. Perché mica solo gli occhi talvolta devono portare le lenti. Anzi spesso avremmo bisogno degli occhiali sull'anima perché anche questa ha diritto di "vedere" e di "guardare", guardare e vedere bene.
E in questo Leonardo ci può dare un grande aiuto.
Luciano Corett
aprile 2007
TOTEM Primitivi - Luciano de Carli - 2003
finestre aperte sul mondo
L’artista croato Leonardo Lebenicnik vive qui da noi in Valsugana e mentre la percorre, la visita, nelle pause delle sue altre occupazioni, raccoglie, seleziona, cataloga tante cose che a noi magari non parlano che il linguaggio della quotidianità. A lui invece, suggeriscono sculture, archetipi, collage, assemblaggi artistici di pezzi di natura. Predilige il contato con la natura, blocca i ciottoli levigati e variegati nei colori contro e dentro tavole di vecchi legni che ci parlano di secoli, di fatiche, di vita contadina e montanare. Sono le assi dismesse dei vecchi tabià primierotti, porte ed infissi che andrebbero perduti o diventerebbero cenere solamente. Nelle sue mani diventano nuovi oggetti che hanno nuova esistenza nella sua fantasia, nell’originalità degli accostamenti. Lebenicnik si presenta con le sue opere che hanno ancora i segni della passata attività dell’uomo: legni, travature, assi con fori dovuti a chiodo scomparsi, fori di trivellazioni, bullonature o chiodi che le hanno unite perché potessero essere ancora conservate… per noi, visitatori impenitenti, incalliti, innamorati dell’arte. Le opere si impongono per un ritmo ternario di materiali legno/sassi, canne ferrigne consumate… triadi ed ancora il magico ritmo ternario di sassi/resti di assi/travature… frequente disposizione verticale del tutto, ma anche improvvisazioni a pavimento e c’e una contaminazione fra natura ed opera dell’uomo.
Qui l’unione avviene in modo armonico, artistico, come la scelta dei colori: neri, grigi, rossi, bianchi. Tutto ha una propria significanza e ci dà subito l’idea di una scelta meditata: egli non vuole stupire col colore, con arcobaleni di cromie vistose, ma vuole invece lasciarci rimanere pensosi davanti alle sue opere. Queste sensazioni le ha sapute suscitare in molti frequentatori delle sue mostre. Si può quindi affermare che “sassi e legni,antichi oggetti e materiali salvati”, ci parlano, ci raccontano storie antiche e nuove avventure, tutte quelle che possiamo immaginare, che possiamo rivisitare mentre ci soffermiamo davanti agli allestimenti o alle opere di Leonardo Lebenicnik che continua la sua vita, ma anche la sua produzione dall’alto del Colle di Tenna.
Luciano De Carli
novembre 2003
Il Limite Creativo - C. Sartena - 1995
Il limite creativo dell’uomo
è il suo aspetto umano, razionale, pensante.
Leonardo, nelle sue opere,
supera l’umano pensare,
materializza il sentimento,
l’emozione di un momento…
tale espressione in opera, noto,
non ha titolo, definizione…
non può averli perché,
nel momento in cui le venissero dati,
perderebbe il significato,
l’origine della sua esplosiva creazione.
Cristian Sartena
dicembre 1995
Chissà - G. Orsingher - 1995
Grigi e neri prevalgono sintomaticamente emersi da un vuoto.
La materia a sbalzo, affiora ruvida è geometricamente irregolare
a tonalità timbriche basse ma forti.
Tutto rimanda all’idea.
Gesti ragionati in virtù della consapevolezza di non andare oltre la superficie che si impregna del fumo di sigaretta.
L’idea e la pratica si toccano in una mimesi che si lascia intuire liberamente in un percorso di purificazione.
Leonardo si scrolla di dosso delle scorie che riordina in un ecco intimo e riservato.
Nulla è garantito, i significati variano vagando senza un riferimento preciso ma mossi da uno stato d’animo consapevole dei propri mezzi.
Le “Forme Scultoree” da lui definite, sono espressioni tutte diverse, come se ogni volta parlate in una lingua sconosciuta.
Il timbro vocale le accomuna, le mantiene in sequenza in una storia recente che chissà se vorrà raccontare ancora.
G. Orsingher
agosto 1995